Un tentativo di interessarsi al Tutto, e di pensare a partire da qualsiasi spunto (o punto).
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In II Liceo venne un nuovo insegnante di religione. Era un frate, dello stesso ordine cui appartengo io ora, e ovviamente non è un caso! Cioè, quando abbiamo finito la verifica, una verifica generica per decidere se poteva essere la mia strada il convento, lui mi ha detto "In che ordine pensavi..." e io ho risposto "Mah, visto che mi piacciono gli animali potrei diventare francescana..." poi ho visto la sua faccia e ho aggiunto "Scherzavo, naturalmente. Il tuo, ovvio, come te!"
Ci fu un certo momento, ma prima ce n'era stato un altro... insomma, lui ci invitava ogni tanto ad un gruppo che si trovava il sabato pomeriggio. Poi una volta fece una lezione in cui ci parlò del cuore, non come muscolo cardiaco ma come centro e motore della persona, e ci disse che quando ci muoviamo e facciamo qualcosa, lo facciamo per cercare di rispondere ad un bisogno che abbiamo dentro questo cuore. Siamo fatti di tanti bisogni ed evidenze che sono come la scintilla che ci fa muovere e il criterio delle nostre scelte. Non so se ci invitò a guardare quali erano i bisogni più grandi che avevamo nel cuore, ma penso di sì perchè è quello che feci (ero così secchiona che facevo pure i compiti di religione).
Io pensai che il bisogno più grande che avevo (fu un momento di grande sincerità interiore, perchè di solito lo negavo fingendo di stare benissimo) era di avere degli amici. Perchè ero molto sola. Ma che cosa facevo per avere degli amici? Un bel niente. Che vergogna: avevo un bisogno e non facevo nulla per soddisfarlo, questo non andava per niente bene. Allora, la lezione dopo o forse qualche altra dopo, appena trovato il coraggio, andai al termine della lezione alla cattedra e dissi all'insegnante "Quegli incontri al sabato pomeriggio che ci diceva, li fate ancora? E potrei venirci questo sabato?".
Alea jacta est. Andai a quell'incontro.
In macchina con il prof. tanto per cominiciare. Poi il prof. mi accompagna in uno scantinato con le inferriate alle finestre (perchè ci tiravano le molotov fino a qualche tempo fa, spiega rassicurante il prof.) e proditoriamente sparisce nelle stanzette degli uffici indicandomi vagamente un salone pieno di sedie. Titubante e imbarazzata vado a sedermi in una fila in mezzo (davanti ci stanno i padroni di casa, in fondo i confusionari, i nuovi arrivati stanno in mezzo, ovvio). Non c'era ancora molta gente, solo un gruppetto in prima fila che provava i canti. E da quel gruppetto si staccò qualcuno che venne a chiamarmi per provare i canti con loro. Ho provato a spiegare che non so cantare, ma mi hanno presa e trascinata lo stesso in mezzo a loro, chiedendomi chi ero e qui e là, presentandosi eccetera.
Della riunione non ricordo niente e credo di non averci capito un tubo. Parlavano un linguaggio tutto speciale che ovviamente poi è diventato anche mio (ed ora sono in grado di fare traduzioni simultanee niente male, sia in italiano corrente, che in suorese, che in parrocchiale...) ma che allora non parlavo. Però la volta dopo sono tornata. Perchè si erano accorti di me, si erano accorti che c'ero, che ero nuova e spaesata, e mi avevano voluto con sè. Mi sono sentita accolta e sono tornata.
Ora, quando dico le piccole cose... perchè sapete, poi li ho frequentati per tanti anni, e non erano mica sempre così o tutti così. Anzi, capitava mille volte che 'un ti filava nessuno! Se fossi entrata, nessuno mi avesse rivolto la parola, dell'incontro a maggior ragione non avrei capito nulla, magari la volta dopo non ci sarei andata e chissà...
E se avessi avuto tanti amici, forse non avrei avuto nessun motivo per cercarne altri e non sarei andata a quell'incontro e chissà...
Perchè stando con quei ragazzi, nel tempo, ho conosciuto tante persone, adulti che mi facevano venir voglia di dire "anch'io vorrei essere come loro". Perchè andavano da qualche parte, avevano qualcosa da fare, costruivano... ed erano più felici degi altri. Ed io vi dico "andate dietro alle persone felici" anche perchè chi ve lo fa fare di imitare le persone tristi? O meglio, come dice Pennac in un suo romanzo "quando vedi un volto umano nella folla, seguilo. Seguilo". Io l'ho seguito.
Ed in un tema di religione arrivai a scrivere al mio prof. qualcosa come "E' vero che Gesù dà il centuplo: perchè tu sei un frate e non hai figli, ma mi sei cento volte più padre del mio padre vero: perchè lui mi ha dato la vita, ma tu mi hai trasmesso il senso della vita, e cosa vale la vita senza il senso?".
Insomma, tra la fine delle Medie e l'inizio del Liceo, l'età in cui si incomincia ad affacciarsi alla vita in maniera cosciente, io vivevo un doloroso contrasto tra i miei grandi desideri, nutriti dalle storie eroiche che leggevo, e la consapevolezza di non essere eroica e di non vivere in un contesto molto eroico. Era come se la vita non fosse in grado di mantenere le sue promesse. Cioè, era abbastanza evidente che le possibilità di essere rapiti dagli alieni e salvare l'universo erano terribilmente scarse...
E gli adulti che vedevo, ed i miei genitori in primis, erano altrettanto deludenti. Io volevo (e voglio) molto bene ai miei genitori, non è questo il punto, ma di fatto era evidente che sarebbe stato inutile chiedere a loro che senso aveva la vita: non potevano essere in grado di darmi ciò che essi stessi non avevano per sè. Mio papà sembrava vivere in funzione di quando sarebbe andato in pensione, come se la vita vera, quella degna di essere vissuta, iniziasse solo allora, e siccome era lontana, sopravviveva sognando le ferie. Mia mamma viveva giorno per giorno, seguendo fondamentalmente i suoi umori, che in genere non conducono da nessuna parte in maniera stabile. In quel periodo poi avevamo comprato un bar (perchè mia sorella aveva fatto l'alberghiero) che io odiavo con tutte le forze. Il punto di vista di un bar di un paesino di mezza montagna non è il massimo, per farsi un quadro dell'umanità! A parte gli alcolizzati, i drogati e gli sbandati di tutti i tipi (che mia mamma collezionava con affetto e che mi terrorizzavano -adesso non più, ma allora avevo orrore della gente fuori di sè- forse perchè anche io lo ero più di ora), anche la gente cosiddetta normale non è che mi sembrasse molto normale... c'era quello per cui il massimo problema della vita, il grande dramma esistenziale, era che dopo aver passato -tutte le domeniche per anni- l'ora dell'aperitivo a gridare "comprate macchine italiane!" ai turisti in transito davanti al bar, aveva provato una BMW e ne era stato conquistato... c'era quella che era bella, intelligente, ricchissima e piangeva tutte le sere sulla spalla di mia mamma non si sa perchè, e suo papà per provare a consolarla e distrarla le aveva regalato una villa in cui solo il bagno era costato mezzo miliardo e mia mamma, dopo averla ascoltata tutta la sera sospirava "pensare che basterebbe un lavandino del suo bagno per risolvere tutti i nostri problemi ..." (dovevamo ancora pagarlo, il bar, e non andava troppo bene).
Insomma, in questa situazione, quando dicevo che Dio agisce anche nelle vite più piccole, attraverso i particolari più minuti...
Io sono andata al liceo scientifico perchè mi piacevano gli animali e volevo diventare etologa, quando in italia di etologo ce n'era uno (Boitani, studiava - e studia tuttora- i lupi) ed era più facile diventare presidente della Repubblica che etologi; e poi a scienze non ero mica tanto brava, ma l'ho scoperto dopo. Comunque sono andata allo scientifico. A mia madre balenò che siccome ero brava potevo andare ad una scuola privata, ma poi si scoprì che bisognava iscriversi molto prima, e così andai al mitico Liceo statale futuro Darwin, all'epoca senza nome. Se andavo a quell'altra scuola, chissà...
Alla mia scuola Media potevi scegliere se studiare inglese o francese: ti facevano scegliere e poi dicevano "c'è solo francese". Perciò, indovinate un po', avevo fatto... francese, però in I avevo una insegnante che... lasciamo perdere.. la mia prima lezione di fancese, fonetica, la famosa O francese... è uno dei miei traumi infantili! E poi si sa che l'inglese è più importante, così al momento di scegliere al Liceo scelsi la sezione di inglese, anche se avevo fatto francese nelle Medie, e mi separai dai miei compagni che avevano scelto lo stesso Liceo, ma la sezione in cui si faceva francese. Vedete, se alle Medie avessi avuto delle grandi amiche, magari le avrei seguite nella sezione di francese e chissà...
Perchè in II Liceo conobbi una persona molto, molto importante.
Ma questa è un'altra storia e la dovremo raccontare un'altra volta.
Dovete sapere che io ho imparato a leggere a 5 anni, prima di andare a scuola. Niente di straordinario, avendo una sorella di un anno più grande evidentemente ho imparato stando con lei, però il fatto è che un pomeriggio, mentre mia sorella faceva i suoi compiti e mia nonna le parole crociate e nessuno mi considerava, io dissi a mia nonna "Nonna, io leggo il giornale", "si, brava, cara, leggi il giornale", rispose la nonna distrattamente, pensando che io giocassi o guardassi le figure. Io invece mi applicai "elle, a, esse, ti, a, emme, pi, a...nonna qui c'è scritto LA STAMPA*, nonna che cosa è una stampa?". Mia nonna gettò un occhiata a me, al giornale spiegato sul pavimento, al mio ditino che laboriosamente si addentrava nel titolo dell'editoriale e incominciò a prestare attenzione. Dopo un perplesso ulteriore esperimento di prova lanciò un urlo "questa bambina SA leggere! E' un genio!". Bacioni, abbracci e naturalmente al rientro dei genitori annuncio trionfale, fanfare, altri complimenti... ovvio che con un inizio così gratificante io decidessi che leggere era davvero una gran cosa! E non smisi più. Leggevo fumetti, leggevo libri, leggevo le insegne mentre andavamo in auto (una volta mio padre minacciò d farmi scendere a abbandonarmi per la strada se non avessi smesso di interrompere lui e la mamma con i miei "lì c'è scritto BAR, lì c'è scritto RISTORANTE, lì c'è scritto EDICOLA...") leggevo le etichette dell'acqua a tavola (mi era proibito portare il libro a tavola) e quelle dei detersivi in bagno (onde evitare che il bagno rimanesse occupato per ore, si provvedeva a sequestrarmi il libro quando ci entravo). Praticamente ero una copertina ambulante. Avevo sempre un libro aperto davanti se ero ferma, un libro dietro la schiena con un dito dentro a tenere il segno se ero in movimento. Avevo una coscienza molto vaga di che cosa accadesse nel mondo reale: se non ero dentro un libro ero altrove, fantasticando avventure sulla falsariga di quelle che leggevo. Leggevo anche a scuola, sotto il banco. Però a inizio anno avevo letto tutti i libri di testo, e me li ricordavo tutti, quindi ero a posto.
Ovviamente tutto ciò non aiutava la mia vita sociale. Per i miei compagni delle medie ero una stramba e una secchiona. D'altro canto, i miei compagni delle medie non avevano la statura eroica dei miei amici di carta, e pertanto il loro parere era decisamente insignificante come loro.
Questo mio rapporto con la lettura è importante per la mia storia. Io leggevo di tutto, ero un onnivoro perennemente affamato, e i miei genitori non hanno mai badato a che cosa io leggessi: ho letto molte cose che col senno di ora so che non erano per nulla adatte alla mia età. Però ovviamente la maggior parte delle mie letture erano romanzi d'avventura. In ogni caso, nessuno scrive un libro in cui al protagonista non succede mai niente, no? Non è che uno legge vite noiose, di solito ...
Queste letture hanno fatto nascere in me come un grande senso d'aspettativa, il desiderio di qualcosa di grande, di avventuroso, di unico, di speciale.
* Ovviamente, sono cresciuta a Torino... e avendo iniziato la mia esperienza di lettrice sulla "busiarda" era ovvio che preferissi a vita la fantasia alla realtà!
Allora, quando avevo la vostra età non ci pensavo proprio a diventare suora. Anzi... quando molti anni dopo (alla fine dell'università) ho detto a mia mamma che volevo diventare suora, lei prima si è messa a piangere dicendo "E' colpa mia perchè io e tuo papà ci siamo separati, hai subito un trauma!!!". Le ho fatto notare che anche mia sorella è figlia di separati, ma si è tranquillamente sposata, mi pare che se fosse questione di traumi infantili si sarebbe fatta suora pure lei (che invece va in chiesa solo per matrimoni e funerali) .. Dopodichè mia mamma mi ha ricordato in tono tra il lamentoso ed il polemico che da piccola dicevo che volevo 11 figli. Il che è vero.
Il fatto è che non è che io volessi davvero 11 figli... ero in polemica con mia sorella, che ha un anno solo più di me, e che teorizzava che bisogna avere un solo figlio perchè così gli si può dare tutto (nei limiti delle possibilità familiari, ovviamente). Allora io le dicevo "ma non sei più contenta di avere me come sorella e magari andare una volta in meno a sciare?". Lei mi guardava bene e poi faceva "NO".
Le sorelle maggiori, non so le vostre, ma la mia insomma non è che fosse un granchè simpatica, vi pare? Già una c'ha i traumi infantili da separazione dei genitori...
Allora io dicevo che volevo 11 figli, così pensavo tra me e me che insomma, su 10 fratelli, uno aveva una minima possibilità di trovarne almeno uno che fosse simpatico, no? Più simpatico almeno di quella che era capitata a me, che ci voleva pure poco...
Io andavo in parrocchia. Nessuno in casa mia andava alla Messa, ma non è che i miei fossero contrari, erano solo indifferenti, perciò le cose normali, il Battesimo, il catechismo, l'ora di religione me le facevano fare, perchè le facevano tutti.
Solo che io sono fatta in un certo modo e cioè che se mi sveglio due o tre giorni alla stessa ora, il mio fisico prende il giro e mi sveglio da sola a quella stessa ora. Perciò di domenica mattina mi svegliavo alle 7 come per andare a scuola, i miei dormivano, non potevo far niente in casa sennò brontolavano che li svegliavo, allora io mi preparavo e andavo alla Messa. Da settembre a giugno, perchè poi durante le vacanze perdevo il giro e non andavo più neanche a Messa. Avevo una fede stagionale.
Entrai anche nel gruppo scuot quando venne il nuovo parroco e lo mise su, solo che era il gruppo scout più scarso che si potesse immaginare... una volta al mese i capi andavano a Torino (la grande città) e tornavano avendo scoperto qualcosa di nuovo. Per esempio che il nome delle squadriglie doveva essere di animali che vivevano nel nostro ambiente: noi ci eravamo chiamati cobra, giaguari, tigri... Ora in val di Susa sinceramente cobra, giaguari e tigri sono decisamente scarsi. Per noi fu un brutto colpo: insomma, è dura rinunciare a chiamarti giaguaro e chiamarti invece leprotto! Quando poi si scoprì che le squadriglie non potevano essere miste, come le avevamo fatte noi, ci fu una mezza rivoluzione e molti volevano uscire dall'agesci ed entrare nell'associazione scout non cattolica. Questo per dire come eravamo saldi nella fede. Siamo rimasti cattolici perchè neanche l'altra associazione permetteva le squadriglie miste... Quando vennero fuori le specializzazioni, furono distribuite a pioggia, in maniera assolutamente casuale. Io, che mi sento male a vedere una che si mette l'orecchino, mi vidi attribuire la specializzazione di infermiera, e pensare che ero l'unica che sapeva montare la tenda e fare da mangiare sul fornello (figlia di campeggiatori...)!
Poi il fatto era che il nostro era un piccolo paese, con un unica scuola Media, e la gente che c'era negli scout era la stessa che avevi in classe e allora si ripetevano le stesse dinamiche: che la ragazzina graziosa invitava i capi alla sua festa di compleanno e quelli ci andavano, ma se li invitavano altre non ci pensavano neppure, che anche fra i non capi a queste feste alcuni erano invitati ed alcuni lo venivano a sapere a cose fatte, che a certe attività più attraenti partecipavano sempre i soliti e gli altri erano esclusi...
(Io naturalmente ero esclusa. Se volete avere un idea di me a quell'età immaginatevi la solita secchiona grassottella anzichenò, coi capelli ritti in capo come un istrice, vestita perennemente in jeans, felpa e scarpe da ginnastica, del tutto ignara di cose come il trucco e la moda e interessata solo agli animali e ai libri...)
Se dovessi riassumere la mia esperienza in parrocchia, non potrei fare altro che raccontare di una mattina in cui uscì da Messa, dove avevo ascoltato una bella predica sull'amore cristiano, e mentre andavo verso casa pensavo "Sarebbe davvero bello... Peccato che io non sono così e che neanche gli altri che ho intorno siano così...".
Il cristianesimo per me alla vostra età era qualcosa di bello e impossibile.
Queste sono le uniche occasioni in cui vorrei essere forte ricca e bella/ bionda sana e snella...
Perchè se io fossi alta bionda e con gli occhi azzurri ed un fisico da barbie davanti al fatto che ho scelto di essere suora la gente si stupirebbe e direbbe "Ma allora... se una come lei... che poteva scegliere fra un codazzo di ammiratori sbavanti..."
Così se fossi ricchissima e lasciassi la guida del mio impero finanziario per diventare suora, il mondo più facilmente si interrogherebbe sulla mia scelta.
O se fossi un premio Nobel per la scienza, perfino Down Brown potrebbe per un attimo ricredersi.
E invece...
Naturale che anche io ho lasciato qualcosa. Ma il mondo tende a non sobbalzare di fronte a una che per Gesù lascia un impiego al 12 della Telecom, tre cani, due canarini, quattro bengalini, tre pesci rossi e 55* porcellini d'India.
Ecco, mi sarebbe piaciuto avere qualcosa di straordinario da raccontare. Essere davvero un "personaggio", mentre io sono una semplice suora grassa, nera, con gli occhiali e alquanto rompi. Quando il don mi ha spiegato che dovevo essere io il personaggio misterioso la mia prima reazione è stata "Seeeee, personaggio!" e mi figuravo che non sareste mai riusciti a ricordarvi che esistevo anche io in parrocchia.
Se qui davanti a voi ci fosse Madre Teresa di Calcutta sì che sarebbe un "personaggio", e che testimonianza sarebbe la sua!
Anche solo potessi dirvi che sono diventata suora perchè un giorno mentre camminavo per la strada** un cespuglio ha preso fuoco e tra rombi di tuono una voce dal cielo ha esclamato "NIHIL, DEVI FARTI SUORA!"... ma sinceramente devo dirvi che non è andata affatto così.
Però mentre pensavo a tutte queste cose qui e perchè mai il don abbia pensato a me e che cosa potevo dirvi mi è venuta in mente questa cosa.
Anche nella Bibbia Dio nell'esodo parla al popolo sul Sinai... una roba! Tuoni, lampi, terremoto, tutta la montagna che fumava, squilli di trombe, che la gente per poco non gli piglia un coccolone e dice a Mosè "No, senti, parlaci tu d'ora in poi...".
Però un'altra volta a Elia dice "tu stai nella grotta ed esci quando mi senti passare...". Viene un vento da spaccare i monti, ma il Signore non era nel vento, dice la Bibbia, viene un terremoto, viene un fuoco, ma il Signore non era nel terremoto o nel fuoco. Poi viene un mormorio di vento leggero, ed Elia esce perchè riconosce Dio in quel sussurro di brezza.
Ecco, a volte a certe persone, nella vita di certe persone Dio appare come un terremoto, ma non è sempre così, a volte invece si manifesta come un venticello leggero...
Pertanto l'utilità di quello che io vi posso raccontare è proprio questa, che ascoltandomi voi potete pensare "Se Dio agisce nella vita di una persona scacia come Nihil, allora davvero per Dio nulla è troppo piccolo, forse allora agisce anche nella mia vita"...
Perchè incarnazione vuol dire proprio questo, che Dio opera nelle piccole cose della vita quotidiana.
* Trattasi non di un errore di battitura ma di un incidente di percorso nato dall'aver confuso un esemplare maschio con un esemplare femmina e complicato dalla ferrea quanto infondata convinzione di mio cognato che "la natura sa regolarsi da sè". Magari la Natura in generale si sa regolare da sè, ma i porcellini d'India, nel loro piccolo, sanno solo moltiplicarsi da sè.
** Grazie a Spitfire, in quanto da lui ho sentito esprimere per la prima volta la nostalgia per questo tipo di comunicazione divina
Il mio viceparroco mi ha chiesto di fare una testimonianza al campo estivo delle Medie. Il gioco finale consisteva nell'indovinare un "personaggio misterioso" in base a degli indizi, e poi i ragazzi sguinzagliati per il paese dovevano dargli la caccia... ed io ero appunto il personaggio misterioso, e dovevo comparire solo dopo una certa ora per le strade del paesino in cui si svolgeva il campo.
Mentre in auto venivo accompagnata al luogo ics, cercavo di non pensare quali potessero essere gli indizi... "nera, grassa, con gli occhiali, noiosa, preside...".
Alla fine non ho resistito:
"Ehm ... allora il gioco funziona così, eh? Bene, bene... e gli indizi che avete dato, erano tanti? Ah, solo quattro ... sarà difficile indovinare ... Già... ehm... e, così per dire... giusto per sapere un po'.... Ehm... cosa gli avete detto?"
Mi è andata bene: donna, vestita di nero, con gli occhiali, ha dato la sua vita a Gesù. Magari pensavano a chissà chi, ma in giro per Castagno d'Andrea non c'erano altre donne occhialute vestite di nero. Anzi, considerato che oltretutto pioveva a dirotto, non c'era proprio nessuno.
Infatti dopo pochi passi un ragazzetto mi apostrofa "Dì un po', sei tu il personaggio segreto, vero?".
Dopo le grida di vittoria e di dileggio dei perdenti, il gruppo risale a piedi verso la casa dei salesiani che li ospita. Come ospite d'onore e considerata probabilmente anche la mia velocità a piedi in salita, io vengo portata in macchina.
Mentre aspettiamo che i ragazzi arrivino e si asciughino, mi viene offerto il caffè. La macchina del caffè non ne vuole sapere, le viene messo il fondo sotto l'acqua fredda due volte, ma si limita a soffiare e sputacchiare. Girello per la cucina sempre più nervosa, altro che caffè.... Alla fine si scopre che si sono presi i pezzi di due macchine del caffè uguali, si riscambia i pezzi e riusciamo ad avere il nostro caffè. Intanto gli animatori danno la caccia ai ragazzi per riunirli tutti nel salone. Un paio di catechisti affermano di non volersi perdere la mia testimonianza, rendendomi ancora più nervosa. Ci sono degli alunni fra i ragazzi ed ex alunni fra gli animatori, genitori di alunni fra i catechisti... oh, povera me!
Cinquanta faccini mi fissano con negli occhi l'interrogativo: perchè ti devo ascoltare invece di giocare con i miei amici?
Meno male che piove...
Ieri sera, in via del tutto eccezionale (ma senza aver traslocato) ho guardato in televisione il concerto di Cocciante. Avevo stabilito di resistere fino a "Margherita" ed infatti l'ho seguito fino a quella canzone (ho sviluppato una certa intolleranza alla passività della visione televisiva).
Cocciante ha cantato "Margherita" e tutta l'arena era in piedi. Poi l'ha ricantata da capo insieme al pubblico, lui suonava ed il pubblico cantava.
Mi veniva in mente il DVD di Gigi Proietti con un suo spettacolo dal vivo, e lo sguardo che aveva durante e specialmente alla fine, quando il pubblico tutto in piedi non finiva più di applaudire, e ad ogni cenno di mano, o saluto, o bacio lanciato o inchino, l'applauso si intensificava, riprendeva lena e sembrava sarebbero rimasti lì, a salutarsi ed applaudire tutta la notte.
Cocciante guardava il pubblico cantare "Margherita" come un figlio che ti dà soddisfazione il giorno dell'esame.
Pensavo che deve essere qualcosa di fantastico questo legame fra l'artista ed il suo pubblico, qualcosa di davvero emozionante. Come un riconoscersi, come una unità profonda. Uno specchiarsi.
Il pubblico vede nell'artista qualcosa di sè che aspettava di esprimersi e ha trovato in lui una espressione bella, compiuta. L'artista scopre che qualcosa di sè risuona in tutti, è universale.
Proprio bello.
Qui sono già postulante, ma malgrado ciò amoreggio con una iguana. La quale non ricambiò il mio amore e fuggì nell'unica direzione possibile, cioè sulla mia testa. Dopo aver finto per un po' di essere un grazioso copricapo per future suore, fu recuperata dal suo padrone.

Qui invece mi intrattengo in cordiale conversazione con un serpente...

Il quale tuttavia non mi offrì neppure una mela. Non ci sono più i serpenti di una volta.
Dopo me stessa giovane al meglio delle mie possibilità (parrucchiere, vestitino...), ecco me stessa ancora giovane ma meno giovane, per così dire al naturale ovvero molto casual (indossando quindi la prima cosa trovata sottomano e del tutto spettinata)

In omaggio a Fiordicactus gli special guest: i quattro cuccioli di Nikita, la Yorkie di mia mamma. Qualcuno gradisce una manciata di cani?