Un tentativo di interessarsi al Tutto, e di pensare a partire da qualsiasi spunto (o punto).
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Una che è stata preferita e ancora cerca, a fatica, di piegarsi nella forma impressagli dalla preferenza di cui è stata fatta oggetto.
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Hanno rubato in parecchie case, conventi e ville qui intorno.
E' l'epoca delle iscrizioni e anche se ormai le facciamo apposta con il bollettino postale, i ladri non lo sanno e possono sperare di trovare bottino.
Va bene.
Però l'ultima volta che sono venuti si sono divuti accontentare di un portatile un po' vecchiotto e hanno rotto 18, dico 18, porte. Abbiamo speso dieci volte di più ad aggiustare le porte che a ricomprare il portatile.
Perciò è proprio necessario che io mi trovi sempre, sempre, dalla parte sbagliata della porta chiusa a chiave e chi ha la chiave non si trova, e ci metta mezz'ora ad arrivare dalla camera al refettorio, dopo aver scomodato quattro persone e fatto 16 chilometri di corridoi e scale cercando un passaggio aperto?
Se qualcuno mi dicesse la mia paga oraria, metterei ogni sera la somma fuori, per i ladri, accanto all'ingresso, purchè dentro si possa lasciare aperte le porte di comunicazione...
Stamattina siamo scesi a pregare in occasione della Giornata della Memoria.
Sono un poco a disagio negli ultimi anni a celebrare queste ricorrenze. Ricevo inviti pressanti a celebrare con la stessa enfasi la giornata del Ricordo delle vittime delle Foibe, il 10 febbraio.
Capisco che per chi li propone si tratta di una richiesta di schieramento: se celebri la Giornata della Memoria sei di sinistra, se celebri la Giornata del Ricordo sei di destra. E' un rinfacciarsi i morti a vicenda, siete più assassini voi, no, voi. E ognuno tiene ai propri morti. E solo a quelli. Ci sono morti che ricordiamo perchè erano dalla nostra parte, e altri che se lo sono meritato perchè erano dalla parte sbagliata.
Noi abbiamo iniziato l'anno con la morte come compagna di banco. Capiamo bene la differenza quando la morte colpisce lontano e quando colpisce gli affetti. Abbiamo letto molte volte di incidenti stradali in cui sono morti ragazzi e dopo dieci minuti non ce ne importava più. Di Francesca ci importa ancora, ne soffriamo ancora.
Ci sono morti che ci toccano, ci colpiscono, ci fanno male. E morti di cui, come si dice a Firenze, ce ne importa il giusto.
Ma qual'è il giusto?
E' troppo evidente che la misura giusta è quella per cui la morte di Francesca ancora ci fa soffrire, ci angoscia, ci addolora e solo per superficialità degli altri morti, quelli distanti, ci importa meno. Per superficialità, per autodifesa: non vogliamo soffrire sempre, per tutti. Non vorremmo soffrire mai.
Ma già Giobbe diceva millenni prima di Cristo: "se maltratto il mio schiavo non so forse di far male? Perchè chi ha fatto lui nel grembo materno ha fatto anche me".
Quello che muore è della stessa mia carne, ha lo stesso mio cuore, il mio stesso desiderio d'infinito. E' fatto della stessa pasta. Ha anche lui chi lo ama, qualcuno per cui è importante, dei legami dolorosi a spezzarsi. E' uomo.
Nero, cinese, ebreo, palestinese, di destra, di sinistra, embrione, vecchietto, malato terminale, rom, antipatico, ricco, ladro... è come me. E' come me.
Perciò penso che la preghiera di oggi debba essere questa: che io possa arrivare al fondo della mia vita e dire "non ho mai fatto volontariamente del male a nessuno". Un giorno magari avrete posizioni di potere sugli altri: che possiate dire: non ho mai usato delle mie possibilità per schiacciare, umiliare, emarginare, ma per accogliere, valorizzare, far crescere. Siamo un settantina qua dentro: 70 persone che scelgono questo, che scelgono di essere buone, cambiano il mondo. Dipende da noi.
Ma non siamo capaci, da soli. Perchè neppure i nazisti erano diversi da noi: il male che era dentro di loro è anche dentro di noi.
C'è qualcuno che ha avuto il coraggio di assumere tutto il dolore del mondo, compreso quello di chi lo uccideva, e poichè era Dio, ne ha fatto luce, ne ha fatto Resurrezione. A Lui chiediamo:
Padre nostro...
(io) Credo in Dio Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra.
Qui si apre un mondo. Una cultura.
Il nostro mondo, la cultura occidentale. Che nascono dalle prime parole della Genesi: "in principio Dio creò".
Sappiamo che è un mito, anzi due. Ci sono due racconti, uno più antico e l'altro più recente, fusi in uno solo. Il più recente viene per primo, ed è la creazione in sette giorni, e fu sera e fu mattina...
Che innanzitutto è bellissimo. Poi è molto preciso e ordinato.
Nei primi tre giorni Dio prepara gli spazi, esattamente come voi quando dovete fare il presepe. Comincia dalla quarta dimensione, e crea il tempo, separando la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte. Poi separa il cielo dalla terra, mettendo l'aria in mezzo tra le acque di sopra (i serbatoi da dove viene la pioggia) e le acque di sotto, ancora tutte insieme. Poi separa la terra mettendo tutta l'acqua da una parte (beh, quasi tutta, ci vogliono anche i laghi ed i fiumi, ovviamente) e facendo apparire la terra asciutta. Piccola deroga, si porta avanti col lavoro e il terzo giorno crea anche le piante.
Poi nei seguenti tre giorni riempie gli spazi che ha creato: il quarto fa sole, luna e stelle per adornare giorno e notte, nel quinto i pesci e gli uccelli (acqua e aria), nel sesto gli animali terrestri e l'uomo. Il settimo si riposa.
Ogni sera constata che è venuto tutto bene, e alla fine, creato l'uomo, constata che sta andando tutto a gonfie vele (ha sempre questa infatuazione e questa fiducia spropositata negli esseri umani...).
Ripeto: è un mito, cioè un racconto. Non è una descrizione scientifica nè un resoconto storico. Pertanto va compreso con le categorie del mito e quindi paragonandolo non a Stephen Hawking e Margherita Hack, ma piuttosto a Marduk contro Tiamat e al demiurgo di Platone.
Due sono allora gli elementi che scaturicono da questo racconto, e da cui scaturisce la nostra civiltà.
Innanzitutto: la realtà non è sacra. Non è divina. La Genesi è il primo capitolo della secolarizzazione. E quindi non lamentiamoci.
Quando l'autore descrive la creazione degli astri maggiori, non li nomina; li chiama: il lampadario grande per illuminare il giorno, ed il lampadario piccolo per illuminare la notte. Chiamare "lampadario" il sole è un esempio mica male di understatement ... ma il fatto è che per tutti i popoli pagani sole e luna erano divinità e l'autore biblico non vuole nominare divinità straniere nel suo racconto. Per tutti gli uomini, antichi e moderni, di qualsiasi religione (escluse le Religioni del Libro - di questo libro) sole e luna sono sacri, sono divini, sono dei, per l'autore biblico sono "lampadari". Da qui nasce il fatto che sole e luna non si adorano, si studiano. Nasce (nascerà) la scienza. C'è voluto un po', ma senza questo non sarebbe avvenuto. Infatti non è avvenuto che a partire da qui.
Seconda cosa: solo Dio è.
Perchè Dio non plasma, come il Demiurgo di Platone, una materia un po' refrattaria che non piglia sempre bene la forma e che tende a ritornare informe. Non lotta contro un principio del male, paritetico a Lui, come Marduk che taglia in due Tiamat e con la metà di sopra fa il cielo e con quella di sotto fa la terra. Lui dice, e le cose sono fatte. Esattamente come voleva: e Dio vide che era cosa buona/bella. Non deve sconfiggere nessuno, nessuno Gli si oppone nella creazione. E quando l'Avversario Gli si oppporrà sarà "la più astuta delle bestie selvatiche fatte dal Signore Dio".
Questo complica molto le cose. L'altra spiegazione è quella di tutti i popoli, è ragionevole, è comprensibile, è maggiormente accettabile, spiega meglio l'esperienza, in maniera meno scandalosa: ci sono cose belle nella vita, e cose brutte, felicità e dolori; quindi c'è un Dio buono che fa le cose belle e dona felicità, e un Dio cattivo che fa le cose brutte e fa soffrire. Il manicheismo spiega tutto benissimo. Taoismo e induismo possono anche fare un passo avanti e dire: c'è un principio creatore e un principio distruttore, ma non equivale a dire buono e cattivo, perchè senza distruzione non c'è creazione. Occorrono entrambi e quindi sono entrambi divini ed entrambi eterni.
E quindi il male non finirà mai.
Invece il Dio della genesi, il Dio nostro, crea, ed è il solo.

Credo in Dio.
Fin qui, va bene. A parte alcuni che si dilettano di decorazioni autobussistiche, la maggior parte della gente crede in Dio. E anche i decoratori di autobus, su un aereo che stia precipitando, probabilmente avrebbero dei dubbi o almeno vorrebbero essersi sbagliati, se non altro per avere qualcuno con cui prendersela. E deprimente pensare che la nostra morte è voluta da una serie di leggi fisiche a cui non abbiamo mai fatto nulla di male, che abbiamo seguito per tutta la vita, e a cui magari abbiamo dedicato amorevole studio fin dalla giovinezza, no?
Per questo bisogna specificare in "quale" Dio si crede.
La prima parola è "padre", la seconda è "onnipotente". Prima padre, poi onnipotente è il nostro Dio.
Padre. Si è resi padri da un figlio, non si può essere padri in astratto. Dio è padre innanzitutto perchè genera un Figlio, il Verbo. Poi è padre perchè è "padre nostro che sei nei cieli", è padre nostro perchè ci ha fatti, e perchè ci adotta.
I padri umani normalmente sono tali perchè fanno un figlio, o lo adottano. Dio fa tutte e due le cose. Anzi tutte e tre: genera il Figlio, quello uguale a Lui, crea noi e poi ci adotta. Gli piace tanto questa cosa.
Onnipotente vuol dire che può fare quello che vuole, tutto quello che vuole. Solo che certe cose non le può voler fare e quindi non le fa. Perchè non è nella Sua natura. Che è innanzitutto di essere padre.
Il padre è colui che introduce il figlio nella vita e lo fa crescere. Il buon padre sa che il figlio è diverso da lui e rispetta la sua alterità. Sa che deve correre dei rischi se vuole che il figlio cresca, sa di non poter vivere la vita al posto del figlio, perchè il figlio deve diventare grande e fare la sua vita.
Il padre sa che le scelte che fa al posto del figlio tolgono valore al figlio. Il padre vuole invece che il figlio valga, e per questo lo lascia libero. Anche di sbagliare.
Certo, il padre umano patisce le pene dell'inferno. Il padre umano ha tanta paura di perdere il figlio, quando lo vede andare per una strada che reputa sbagliata.
Il Padre onnipotente è onnipotente. C'ha qualche risorsa in più, diciamolo. Ma anche Lui ha paura, perchè anche Lui può perdere qualche figlio. Può essere odiato, da qualche figlio, e non ottenere mai il perdono e vedere il figlio, per tutta l'eternità, tenersi lontano da Lui e soffrire per la Sua assenza e non potergli andare vicino, perchè quello, ostinatamente, Lo fugge....
Anche Dio corre dei rischi, ma è costretto a farlo, perchè è padre.
E' questo il limite dell'onnipotenza divina: l'amore per noi rende Dio debole, perchè l'amore rende deboli e Dio è amore.
Francesca ci è stata portata via.
Con queste parole la liturgia parla dei Santi Innnocenti, che avevano appena due anni e che la furia del tiranno ha strappato alla vita.
Ma quanto più una ragazza di 16 anni è come un bocciolo di rosa, che inizia appena ad aprire i suoi petali all'amicizia, all'amore, alla letteratura francese, alla chimica e alla filosofia.
Non vedrò più il suo sguardo sognante sopra il bordo dell'eterna sciarpina. Nessun dolce e garbato "mi scusi" emesso in automatico mentre continuava a fare imperterrita quello che la stavo rimproverando di fare. Nessun pungente sguardo scrutatore, lanciato quando qualche mia frase vagante la colpiva, alzando d'improvviso gli occhi, le sopracciglia corrugate, dal quaderno di qualche altra materia che ripassava sulle ginocchia. Il banco vuoto.
Ed i miei piccoli impauriti e sgomenti.
Chesterton diceva che il demonio odia i bambini ed io penso che il mondo moderno idolatra i giovani, li invidia, e li uccide.
Non proponendo loro la maturità come attrattiva, cercando di tenerli sempre in un eterno presente fatto di evasione.
Se ci fosse un Erode si potrebbe almeno maledirlo. Ma questo turbine spaventoso non ha nome.
Ed i superstiti si stringono gli uni agli altri, e ti guardano, ci guardano, con occhi che chiedono perchè. Che chiedono di cacciare via il turbine, di allontanarlo. Che chiedono la vita eterna.
Piccoli miei, io non ho risposte, non ho spiegazioni. E che cosa mai potreste farvene, di una spiegazione...
E non ho in me la vita, per darla a voi. Solo Cristo ha la vita in se stesso. Solo Lui è via, verità e vita.
Arrabbiarsi con Dio è lecito. Giobbe lo ha fatto ed il Signore, di mezzo al turbine, gli ha risposto. Di mezzo al turbine.
Non ho spiegazioni, solo una certezza: Dio è buono. Lo conosco, lo so. Non sempre Lo capisco, ma Lo conosco. Voi ancora non abbastanza. Per questo temete il turbine. Ma il turbine non ha fatto male a Francesca, solo a noi, che rimaniamo senza lei, che non conosceremo la splendida donna che sarebbe potuta diventare, che non godremo degli inimitabili talenti che erano stati dati solo a lei, che non abbiamo più la sua compagnia. Ma lei rimane, perchè Dio l'ha amata.
Cari amici
una mia alunna di III Liceo, Francesca, è in rianimazione. Incidente stradale la scorsa notte. Sono 4 i giovani in ospedale, una sua amica in condizioni ancora peggiori delle sue. lei ha riportato trauma cranico e toracico.Vi chiedo di pregare per lei per gli altri, per i loro cari e per i miei alunni che sono sotto choc e si chiedono perchè la vita di una sedicenne possa essere stroncata così. Ho detto loro che siamo come Giacobbe al guado dello Iabbock, che a volte il Signore ci sbarra la strada e non capiamo perchè, ma l'alternativa è pensare che Egli non ci sia ed allora siamo un nulla affidato al caso. Invece noi possiamo sperare, ed io credere, che la nostra vita è in mano ad un destino buono e che in ogni caso resta eterna la Sua misericordia.
Vi chiedo di pregare e so che funziona, perchè ho avuto notizie di Dario, che è in un centro per le cure riabilitative e sta riprendendo l'uso del linguaggio e del lato destro del corpo che era rimasto paralizzato, ed i dottori dicono che ha fatto progressi superiori alle aspettative.
Perciò stringiamoci per chiedere al Signore la guarigione di Francesca e dei suoi amici a conforto della nostra piccolezza, della nostra paura di fronte alla morte, e soprattutto il dono della fede che sola può sorreggere in circostanze come questa.